A Greccio come a Betlemme

600170925_122150432702933567_5118054833556073291_n (1)

600170925_122150432702933567_5118054833556073291_n (1)E’ sempre bello e fonte di ispirazione ricordare ciò che San Francesco d’Assisi realizzò a Greccio nel 1223, tre anni prima del suo Transito.

Nella “Vita prima” al cap. XXX Tommaso da Celano ci dice che “L’aspirazione più alta di Francesco, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro”.

Ad un amico di nome Giovanni, circa due settimane prima di Natale, Francesco disse di voler rappresentare il Bambino nato a Betlemme per “vedere” non solo con gli occhi del cuore ma anche con quelli del corpo i disagi in cui si era trovato Gesù per la mancanza delle cose necessarie a un neonato e come giaceva sulla mangiatoia (in latino “praesepe”) tra il bue e l’asinello. L’amico si preoccupò di cercare tutto l’occorrente. Per l’occasione molti uomini e donne arrivarono dai casolari sparsi nella valle, portando ciascuno, secondo le proprie possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte. Greccio era divenuto come una nuova Betlemme. La gente accorreva e davanti al mistero della Natività si allietava di una gioia mai provata. I frati, convocati da varie parti, cantavano le lodi al Signore e Francesco, con l’autorizzazione del Papa Onorio III, “perché la cosa non fosse ascritta a desiderio di novità” (Legenda Maggiore, X, 7), disse al sacerdote di celebrare l’Eucaristia sulla mangiatoia. Rivestito dei paramenti diaconali, il Santo cantava il Vangelo e, parlando del “Bambino di Betlemme”, produceva un suono come belato di pecora; nel pronunciare il nome di Gesù passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare tutta la dolcezza di quella parola.

Un uomo virtuoso lì presente ebbe una visione mirabile: vide Francesco avvicinarsi al Bambino che giaceva privo di vita nella mangiatoia e destarlo da quella specie di sonno profondo. Tommaso da Celano scrive che in quel momento “per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti che l’avevano dimenticato e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria”. San Francesco a Greccio, “mettendo in scena” il presepe, aveva riacceso la memoria del mistero del Natale di Betlemme, un mistero di povertà e di impoverimento: Dio si è fatto povero per noi, per arricchirci con la Sua Povertà. Quella notte San Francesco volle celebrare l’Eucaristia sulla mangiatoia non tanto per ricordare una cosa del passato, ma per contemplare con stupore e credere che ogni giorno nell’umiltà del Pane consacrato e messo sull’altare nelle mani del sacerdote possiamo riconoscere l’Emmanuele, il “Dio con noi”. Tutto nel presepe è semplice, così semplice che anche i bambini capiscono. Anche il mistero del Natale non è difficile da comprendere per chi ha gli occhi della fede e la fede nasce dall’Amore, dal sentirsi molto amati da Dio. “Abbiamo veduto con i nostri occhi, abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della Vita, perché la Vita si è fatta visibile” (1 Gv 1,1-3): il messaggio del presepe di Greccio è più che mai attuale perché ci porta a sperare che la Gioia perfetta sia possibile anche nei tempi difficili che stiamo vivendo.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi