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Circa due settimane prima della festa della Natività, il Beato Francesco chiamò a sé Giovanni e disse: “Prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato sul fieno tra il bue e l’asinello”.
Sono gli evangelisti Matteo e Luca i primi a descrivere la Natività.
Nei loro brani c’è gia tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia.
Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, “ in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo “ (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re. |
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La Natività se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità del Bambin Gesù e la Verginità di Maria.
Così si spiegano le effigi parietali del III° secolo nel cimitero di S.Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l’adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gasparre, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l’originale iconografia: il bue e l’asino. I
Magi il cui numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico; gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori come l’umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentanti a partire dal XIII° secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante. |
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Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’incenso, per la Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l’oro perché dono riservato ai re.
A partire dal IV° secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre |
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preziose del V° secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S.Maria a Venezia e delle Basiliche di S.Maria Maggiore e S.Maria in Trastevere a Roma.
L’ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annunciatori mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato.
Il Presepio come lo vediamo rappresentare ancor oggi nasce secondo la tradizione dal desiderio di San Francesco d’Assisi di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme coinvolgendo il popolo nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223, episodio rappresentato poi magistralmente da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi. |
Primo esempio di presepe inanimato è invece quello che Adolfo di Cambio scolpirà nel legno nel 1280 e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma.
Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti producono statue di legno o terracotta che sistemano davanti a una pittura riproducete un paesaggio come sfondo alla scena della Natività, il tutto collocato all’interno delle chiese.
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…nella valle santa, in un piccolo, povero borgo di antica origine medioevale, romitaggio preferito da Francesco d’assisi e da lui scelto per donare al mondo la dolcissima rievocazione del divino mistero della natività di Gesù.
Avvicinandosi il Natale del 1223, San Francesco d’Assisi, con l’autorizzazione di Papa Onorio III, nel romitorio di Fonte Colombo chiamato a se il notabile, Giovanni da Greccio, suo devotissimo amico, persona molto religiosa, gli chiese di adoprarsi perché, per il giorno della vigilia della natività di Gesù, procurasse un po’ di paglia, una mangiatoria e facesse condurre al romitorio stesso, durante la messa solenne di mezzanotte, l’ambiente della santa grotta di Betlemme.
Gli abitanti dei dintorni, di ciò informati dai compagni del Santo, accorsero processionalmente verso il romitorio, pregando e cantando salmi, illuminando i malagevoli sentieri con torce e rami di pino accesi.
Fu così grande il concorso del popolo che poche persone poterono entrare nella grotta ove il Santo aveva collocato un piccolo altare e, su una roccia sporgente, la mangiatoia con ai lati il bue e l’asino.
San Francesco assisteva il sacerdote officiante nelle vesti di diacono e dopo il Vangelo prese a predicare ricordando con accenti commossi e pieni di mistica poesia il dolcissimo mistero della nascita di Gesù.
Nel momento in cui le parole del Santo raggiunsero toni di toccante spiritualità per ricordare l’avvento del Redentore, Giovanni da Greccio, come narrato da Tommaso da Celano e S. Bonaventura da Bagnorea, ebbe la “visione” di un bimbo vivo di rara bellezza, che Francesco adorava e stringeva dolcemente al petto, pronunciandogli parole dolcissime e chiamandolo ripetutamente con voce flebile, appena percettibile.
Visione prodigiosa, di un attimo fuggente: leggenda, realtà, avvenimento che ricordiamo trepidanti e con amore cosi come ci è stato tramandato nei secoli, e che la presenza garante di Francesco ci esorta a considerare “vero” ed a custodirlo nei nostri cuori come la certezza della Fede.
Ma perché a Greccio ?, una domanda alla quale forse non è difficile rispondere se pensiamo al Suo ideatore. Dire Francesco d’Assisi è dire bellezza, poesia, stupore, meraviglia, candore innocente, povertà. Il suo spirito si elevò talmente in Dio da poter testimoniare che la Voce Divina si servì di tutte le creature per sublimarlo: il sole, la luna, le stelle, i propri simili e specialmente gli umili e i poveri. E sono proprio queste ultime che rivelano il senso della sua mistica ascesa verso Dio, queste creature che indirizzano la nostra riflessione a pensare che Egli, impostasi con “serena letizia” la povertà, aveva per i poveri un rapporto privilegiato. Greccio, o meglio, la popolazione di Greccio, riuniva questa caratteristiche per Lui certamente “promozionali” per aspirare allo splendore della visione di Gesù nella meravigliosa, santa rievocazione della Sua Natività: gente povera, … pastori, contadini, boscaglioli; gente forte, rude, scontrosa, talvolta violenta, ma di quella violenza non sinonimo di delinquenza ma sintomo di disperazione e di contrasti nell’eterna lotta per la conquista di un pane, un lavoro, un tetto.
Questa gente “meritava” ed ebbe, con il Presepio di Francesco e con l’ispirazione dell’Altissimo, la visita di Gesù.
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Il Presepio visto dalle mani di Padre Stefano Besozzi nella Chiesa di San Francesco, dove veniva costruito dalle sue mani con Arte , è Fede che trascinava piccoli e grandi.
Il Presepio in Padre Stefano Besozzi mostra i veri punti salienti della Storia della Salvezza, diventa dono, la cui bellezza e la cui poesia vengono trasferiti in chi lo ammirava.
Il Messaggio del Presepio deve entrare in tutti noi come faceva San Giuseppe , che ha protetto Gesu’ Bambino, ma non dobbiamo dimenticare che Dio si è interessato all’uomo tanto da condividere la natura umana nella letizia e nel dolore.
Soltanto cosi i nostri Presepi possono irraggiare un pezzettino di cielo qui in terra, e di vera speranza, come facevano San Francesco d’Assisi, San Pio da Pietrelcina, Sant’Alfonso, San Giuseppe Marello.
Nella Teologia spicciola “ Il Piccolo Bambino si dona, perché anche noi ci dobbiamo donare e come i pastori ieri, noi amici di Gesu’ Bambino, pastori di oggi , della hiesa Universale in cammino in questo nuovo millennio, dobbiamo, alla luce del Presepio, trascinarci, chiedere, stupirci, senza a volte renderci conto che proprio nella nostra umanità, nella Vera Amicizia, dove si incontra Dio”
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